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Non solo estetica: nel collagene si troverebbe la chiave per comprendere le cause dell`artrite reumatoide. È quanto emerge dallo studio pubblicato su Arthritis Research Therapy dai ricercatori dell`Università Cattolica di Roma che hanno identificato la connessione tra i linfociti T legati al collagene e la patologia. L`artrite reumatoide è una malattia autoimmune, caratterizzata cioè dal malfunzionamento del sistema immunitario che rivolge i propri attacchi contro i tessuti dell`organismo stesso. Come spiegano gli esperti le cellule immunitarie, definite linfociti T, nel caso della patologia attaccano la cartilagine che circonda le ossa che è composta da proteine, fra le quali il collagene, principale bersaglio degli attacchi autoimmuni. Dalla ricerca effettuata prima sui topi e in seguito sugli uomini gli scienziati italiani hanno scoperto, nei pazienti affetti da artrite, la presenza di una particolare famiglia di linfociti T che `si dedica` al collagene. Non è tutto: gli studiosi hanno anche potuto osservare che i parenti sani dei malati possiedono cellule T molto simili a quelle di chi sviluppa la patologia, e che con la scomparsa dell`artrite in seguito alla terapia spariscono anche questi gruppi di linfociti. La scoperta consentirebbe dunque di monitorare le condizioni cliniche dei pazienti e, soprattutto, di riuscire a prevedere le ricadute. I linfociti in questione, spiega Francesco Ria, patologo che ha partecipato alla ricerca, “ricompaiono prima ancora che il paziente mostri i sintomi della malattia. Se questo verrà confermato, si tratterebbe di uno strumento diagnostico formidabile: i danni più gravi e irreversibili avvengono infatti nella prima fase della malattia”. L`individuazione delle cellule T responsabili dell`artrite reumatoide potrebbe dunque rendere “possibile ipotizzare – conclude Gianfranco Ferraccioli, reumatologo dell`Università Cattolica di Roma – che un intervento precoce possa spegnere realisticamente la malattia sin dalle primissime fasi”.
fonte SALUTE24.it
Funziona come un profumo, ma ha l’effetto di una pillola contraccettiva: uno spruzzo sulla pelle, e addio figli. Il nuovo metodo è stato inventato da ricercatori australiani esperti nello studio di filtri solari e di assorbimento di sostanze da parte della pelle. Si tratta di un dispositivo, simile a quegli inalatori usati dai pazienti con l’asma, caricato questa volta con un derivato del testosterone, un ormone capace di bloccare l’ovulazione. Il sistema è stato presentato al X Congresso della European Society of Contraception in corso a Praga. Il dispositivo ideato dai ricercatori della University of Sidney si appoggia sull’avambraccio e libera una dose controllata del farmaco che in 30 secondi attraversa gli strati più superficiali della pelle e si deposita in quelli più profondi. A quel livello l’ormone si libera nel sangue in una quanità capace di bloccare l’ovulazione per 36 ore. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Contraception, si basa sulla cosiddetta “doppia protezione”: abbinare un metodo contraccettivo, la pillola o la spirale, ad uno come il profilattico che protegga da infezioni sessualmente trasmesse. Il vantaggio della “pillola spray” consiste nella possibilità di saltare uno “spruzzo” . Non è necessario usarlo allo stesso orario tutti i giorni, al contrario della pillola tradizionale.
fonte SALUTE24.it
Questa settimana tratteremo di DOLORI AL GINOCCHIO con il dott. Giorgio Gresta, Direttore dell’U.O. di Ortopedia e Traumatologia, presso il Centre Hospitalier Universitaire de Saint Etienne (Francia), nostro Ospite in GALENOsalute.
Parliamo di ginocchio, cercando di dare una spiegazione a tutti quei dolorini che lo affliggono e, se possibile, di consigliare i rimedi e le cure attualmente disponibili.
Diamo un rapido sguardo all’anatomia del ginocchio per meglio comprendere il nostro discorso.
L’articolazione del ginocchio è formata essenzialmente da due ossa, il femore (coscia) e la tibia (gamba). Anteriormente partecipa all’articolazione anche la rotula, un osso sesamoide che, oltre a proteggere il ginocchio, facilita l’azione del muscolo quadricipite durante l’estensione della gamba. Un quarto osso sottile posto lateralmente alla tibia (perone) completa l’articolazione. Tutte le superfici articolari sono rivestite di cartilagine, uno speciale tessuto protettivo che diminuisce gli attriti interni all’articolazione. Un ulteriore protezione da traumi ed usura deriva dalla presenza di due menischi, uno mediale ed uno laterale. Entrambe queste strutture, dalla forma semilunare, funzionano come cuscinetti ammortizzatori, facilitando i movimenti e proteggendo l’intero ginocchio. Un manicotto fibroso, chiamato capsula, avvolge l’intera articolazione, stabilizzandola durante i movimenti. Una membrana, detta sinoviale, riveste la superficie interna della capsula e secerne un liquido vischioso che lubrifica e nutre l’ articolazione. Il ginocchio viene inoltre stabilizzato da quattro robusti legamenti: due laterali chiamati rispettivamente collaterale mediale o interno (LCM) e collaterale laterale esterno (LCL), e due interni detti crociato anteriore (LCA) e legamento crociato posteriore (LCP). Esistono poi numerose altre strutture anatomiche come borse e legamenti minori che nel loro insieme provvedono ad aumentare la stabilità e la funzionalità dell’articolazione.
Proprio per la presenza di numerose strutture anatomiche, i processi patologici a carico del ginocchio sono numerosissimi. Tuttavia, statistiche alla mano, ci accorgiamo che classificare queste lesioni non è poi così difficile. Possiamo operare una prima grande distinzione separando le patologie degenerative da quelle di natura traumatica:
Interpretare il dolore in relazione alle sue caratteristiche
DOVE?
QUANDO?
RICORDATEVI che rivolgersi ad uno Specialista è fondamentale per evitare che un piccolo danno si trasformi in un grande problema.
Per ciò che concerne altri aspetti, peculiarità ed informazioni Vi invito a contattarci ed approfondire con i nostri ospiti Specialisti.
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Spariranno presto dalle farmacie, non solo italiane ma di tutta l’Europa, i termometri e gli apparecchi per la misurazione della pressione (sfingomanometri) a mercurio in linea con le direttive dell’Unione Europea del 2007 che ne vietano la vendita a partire dal 3 aprile del 2009. Entro il 2011 l’Europa bloccherà inoltre le esportazioni del mercurio, in sintonia con l’eliminazione del metallo dal mercato mondiale. “Si tratta di un adeguamento legislativo a tendenze già in atto – spiega a Salute24 Patrizia Zennaro, presidente di Federfarma Padova –. Già da tempo medici e farmacisti usano gli sfingomanometri digitali per misurare la pressione: sono più semplici da utilizzare e altrettanto precisi di quelli a mercurio”. Gli strumenti alternativi presenti sul mercato sono di diverso tipo. Oltre alle apparecchiature elettroniche, esistono anche termometri a base di sostanze ecologiche, in tutto e per tutto simili a quelli a mercurio. Quelli digitali andrebbero sostituiti ogni due anni, dal momento che, anche se non presentano danni visibili, con il tempo possono perdere colpi in termini di precisione, gli altri invece, quelli che adoperano l’”alternativa ecologica” al mercurio funzionano come quelli tradizionali a bulbo e sono praticamente eterni: vanno bene finché non si rompono.“I termometri digitali sono apparecchiature valide, veloci e in uso già da parecchio tempo – continua Zennaro – particolarmente adatti anche alla misurazione della temperatura nei bambini, dal momento che impiegano solo pochi secondi”. La tecnologia procede a passi da gigante: esistono addirittura termometri a raggi infrarossi che rilevano la temperatura a distanza grazie a un puntatore ottico, particolarmente adatti quindi a misurare la febbre ai bimbi, anche quando dormono. Alcune indicazioni, inoltre, per chi continua a usare gli strumenti tradizionali. Il mercurio è infatti una sostanza velenosa sia per l’ambiente che al livello individuale. La rottura di un comune termometro, tuttavia, non deve allarmare: se si ingerisce, il metallo può essere facilmente espulso dall’organismo con un’alimentazione ricca di fibre, ed è pericoloso solo se entra in contatto con una ferita aperta, per esempio quella causata dal vetro del termometro rotto. In questo caso è necessario consultare il medico. Infine, meglio evitare di raccogliere le palline di mercurio con l’aspirapolvere: il calore vaporizza il metallo e lo rende più insidioso, per cui meglio usare scopa e paletta.