Saranno state le maledizioni dei sudditi o l’opulenza dei banchetti, ma una volta era definita “la malattia dei re”. Oggi la gotta è diventata democratica: è la forma più comune di artrite infiammatoria tra gli uomini con più di quarant’anni e tra le donne in menopausa. La gotta, etichettata come malattia dei ricchi perché innescata da cibi un tempo poco accessibili, è provocata dalla presenza di alti livelli di acido urico nel sangue, i cui cristalli si accumulano negli spazi tra le articolazioni. Spesso parte dall’alluce, ma si manifesta anche in caviglie, gomiti, ginocchia, spalle o polsi con gonfiori, arrossamento e forti bruciori.
Oggi ci si ammala di gotta anche senza avere intorno giullari e cortigiane: l’aumento dei tassi di obesità e diabete e l’invecchiamento della popolazione ne hanno incrementato la diffusione circa del 23% negli ultimi anni.
L’alimentazione può influire sugli attacchi della malattia negli individui sensibili. Da bandire l’alcol, perché stimola la produzione di acido urico e ne rende più difficile l’eliminazione. Da tenere sotto controllo gli alimenti ricchi di purina, una sostanza che incrementa la quantità di acido urico, e di fruttosio. Molti dei cibi a rischio, sardine, asparagi, funghi, carni di maiale, vitello, manzo, erano un tempo costosi e introvabili, se non sulle mense dei regnanti. Di qui la definizione di “malattia dei re”. Ma non bisogna abusare neppure di tacchino, interiora, legumi e crostacei.
Attenzione quindi al menù perché i casi di gotta aumentano soprattutto durante le feste: tra lasagne, arrosti e contorni, molti non riescono a resistere e cedono a cibi da cui avrebbero dovuto stare alla larga.
Una notizia buona, però, c’è: secondo una recente ricerca dell’Università di Vancouver, in Canada, un’alimentazione povera di grassi associata a un consumo moderato di caffè sembra proteggere dalla gotta. A Carlo Magno, ammalatosi a causa di fastosi pranzi di corte, sarebbe probabilmente tornato utile che l’America e il caffè fossero stati “scoperti” prima.
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